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di Luigi Corvaglia
ERDOS

“La mia mente è libera!”. Quando un matematico riceveva questa comunicazione da Paul Erdos sapeva che la sua casa, al contrario, non sarebbe più stata libera per un pezzo. Infatti, di lì a poco vi si sarebbe piazzato lui, Erdos. La telefonata segnalava che era pronto a lavorare con chi in quella casa ci viveva. Difficile immaginare una vita più anarchica di quella di questo ungherese, un genio assoluto della matematica che si teneva sveglio con le amfetamine per non perdersi neppure un’equazione e che fu in grado di risolvere rompicapi cui nessuno era riuscito ad avvicinarsi. Questi viveva, in effetti,  libero da qualsiasi schiavitù. Non aveva un lavoro, non aveva una donna (nel suo ricco vocabolario alternativo “donna” si diceva “capo”), non aveva una casa. Era praticamente una sorta di barbone della matematica. I pochi soldi che guadagnava con le conferenze che teneva in giro per i cinque continenti venivano regalati a chi ne aveva, secondo lui, più bisogno. Si faceva ospitare a casa dei più grandi matematici del mondo con i quali si dedicava alla risoluzione di astrusi teoremi. Annunciava, appunto, la sua disponibilità al lavoro congiunto con la formula “la mia mente è libera!”. Nel suo stile immaginifico, quando trovava una dimostrazione matematica di rara eleganza, usava dire “questa è scritta nel libro”. Si riferiva ad un ipotetico libro nel quale Dio aveva preventivamente scritto tutte le più belle leggi matematiche. La cosa interessante è che Erdos era ateo. Una mente libera quale quella che,  prima di bussare alle porte degli accademici, si faceva annunciare con la  formula appena descritta  ha infatti, la capacità di non confondere metafora e realtà. Erdos diceva “Dio” e intendeva “razionalità”, “capo” e intendeva “donna”, “schiavo” e intendeva “uomo”, “ypsilon” e intendeva “bambino”, “predicare” e intendeva “tenere una conferenza”. Tutto ciò non sarebbe stato preoccupante solo per uno psichiatra. Infatti una tendenza all’interpretazione letterale è comune nella “media cultura” e rende da sempre inintellegibili le dichiarazioni di chi si pone mentalmente “oltre”. E’ il caso di Albert Einstein, il quale sta proprio in questi giorni rivivendo l’esperienza del “tiro della giacchetta” da parte dei fautori di fronti contrapposti, quello dei credenti e quello degli atei e degli agnostici . Il più grande fisico dei tempi moderni scrisse: “Non ho trovato nessun termine migliore di “religiosa” per qualificare la fiducia nell’esistenza di una natura razionale della realtà” e, ancora, commentando la teoria quantistica proposta dal gruppo di Copenhagen, scrisse a Bohr la celeberrima frase “Dio non gioca a dadi” (Bohr, nel suo invito a smettere di  dire a Dio ciò che dovrebbe fare, rispose che “non solo gioca, ma bara”). Eppure, ancora in vita, Einstein dovette precisare, al fine di raffreddare gli entusiasmi di chi aveva inteso le sue affermazioni quali dichiarazioni di fede, quanto segue: “ Quella che mi è stata attribuita come convinzione religiosa era naturalmente una bugia, una bugia ripetuta in maniera sistematica. Non credo in un Dio personale e non l’ho mai nascosto, anzi l’ho detto a chiare lettere”. Sentenziò: “Sono un non credente profondamente religioso”. Religioso, appunto, come Erdos, che sbirciava nel libro di Dio.

Comprendere quello che a prima vista sembra un paradosso vuol dire capire che qui le affermazioni vengono pronunciate e lette su piani diversi. Esistono almeno tre livelli di fede in Dio. Viene, infatti, definita teismo la credenza in un Dio personale, creatore del cielo e della terra e che partecipa alla vita del mondo. Erdos definiva questo personaggio, cuore delle religioni istituzionali, il SF, che stava per “Sommo Fascista”. E’ invece nota come deismo la concezione di un Dio in disparte, un Ente Supremo da cui origina l’universo ma che non partecipa alle vicende del mondo. Secondo il biologo e divulgatore scientifico Richard Dawkins, il deismo sarebbe “una forma annacquata” di teismo. Come dire che il Sommo Fascista si è iscritto ad un partito parlamentare. La visione, invece, che fu espressa da Baruch Spinoza nella immortale formula “Deus, sive Natura” (Dio, cioè la Natura) è nota come panteismo. Si tratta di una concezione, generalmente immanentistica, che fa coincidere la divinità con le leggi dell’universo, con l’ordine, la razionalità, il  Logos. Pitagora chiamava logon il rapporto fra grandezze misurabili attraverso la stessa unità di misura. L’ordine è logico, matematicamente logico. E’ probabilmente a qualcosa di simile che si riferivano Erdos e Einstein. Metaforicamente, le leggi naturali sono i pensieri di Dio. Secondo Dawkins, questo è “ateismo ornato”. Esistono dunque due qualità di atei. Quelli ornati e quelli disadorni. I primi utilizzano poetiche metafore, i secondi parlano in prosa. Ci sono, poi, due forme di credenti, quelli che credono e pregano un Dio onnipotente (SF) e quelli che si limitano a credere ad un Dio, un tempo necessario, ma oggi utile come il vecchio fonografo a tromba in salotto. 

SPINOZABaruch Spinoza

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La gente non si limita e venerare entità divine. No. Riesce a dar consistenza e proiettare intenzionalità ad entità di pura fantasia e per nulla divine o, ancora, a metafore. Talvolta venera pure quelle.  Alcuni esempi di culti alternativi sono quelli per la classe operaia, lo Stato, il partito, il comunismo, il capitalismo. Spostandoci dal terreno teologico e veleggiando, quindi, verso i lidi più secolari è possibile notare come la sostanza dei culti non muti granché. Mutano gli idoli, non i precetti, i riti, non i preti. Questo apre le porte di scenari colmi di curiosità e paradossi. Si prenda l’economia. Alcune persone, incluso l’autore di questo articolo, hanno avuto in questo ambito la stessa impudenza che Erdos e Spinoza ebbero in teologia. Quella di dichiarasi non credenti e religiosi, cioè socialisti e a favore del libero scambio. E’ davvero così paradossale? Esaminiamo meglio la cosa. David Friedman, sostenitore della completa abolizione dello Stato, scrive con efficace ironia che

Lo Stato è la sorgente di ogni ordine. Con l’Anarchia non c’è Stato. Dunque l’Anarchia è caos. (QUOD ERAT DEMOSTRANDUM). A Washington non esista alcun piano che, a pagina sessantaquattro, preveda di “nutrire David”; deve dunque essere per caso che il lattaio mi lascia una bottiglia di latte sulla porta di casa. Deve essere per caso che al macellaio arrivi la carne fino al suo negozio, proprio là dove, quando mi serve della carne, per caso mi fermo. La mia vita è caos trasformato in miracolo; pronuncio una parola e la gente mi capisce,sebbene debba essere sconclusionata, poiché le parole non sono il prodotto di un programma statale.

Ciò che Friedman ci dice è che in economia non esiste ciò che i credenti definiscono “disegno intelligente”. Non c’è, in altri termini, alcun bisogno di teorizzare una entità, un Essere Supremo che conosca i bisogni dei singoli individui e decida di allocare le risorse in modo perfettamente ordinato. E, se ci fosse, sarebbe il Sommo Fascista di Erdos. In effetti, qualcuno ci ha provato con piani quinquennali, esiti scadenti e piglio da divinità dispotica. Non c’è, insomma, una intelligenza organizzatrice centralizzata che spieghi la “irriducibile complessità” del mercato, come i creazionisti ostili all’idea di evoluzione darwiniana affermano a proposito della “irriducibile complessità” degli organismi viventi e che renderebbe da rigettare l’idea dell’evoluzione darwiniana. Sarà, ma non c’è alcun “Intelligent design” (ripeto la definizione oggi à la page) in linguistica. Eppure le lingue sono complesse. Similmente, l’intero sistema economico è emerso da solo, in modo autopoietico e ciberrnetico. Si è sviluppato spontaneamente in maniera ordinata. Come gli idiomi, gli usi e costumi, il diritto consuetudinario, eccetera. Un processo che Joseph Shumpeter non ha avuto difficoltà a definire di “selezione naturale”. Eppure c’è qualcosa di strano. E’ il fatto che i fautori del disegno intelligente, cioè i creazionisti, si situano spesso fra i più accesi partigiani dell’economia di mercato. Infatti, in politica troviamo spesso dalla stessa parte, quella definita di “destra”, tanto il “liberismo” economico quanto l’adesione ai valori e i dogmi della religione. E’ noto, infatti, che negli USA, la destra repubblicana sia su queste posizioni. Ancora più strano è che, talvolta, i più radicali negatori del SF statale, i cosiddetti e sedicenti “libertari”, o “anarco-capitalisti”,  sono, al contempo, incrollabili liberisti economici e feroci critici dell’evoluzionismo. E’ il caso dell’anarcocapitalismo di corrente paleolibertaria. Ci si riferisce al “libertarismo” di Murray Rothbard che coniuga liberismo integrale e  conservatorismo morale. Il perché certi cristianisti applichino, in barba al logon pitagorico, metri di misura differenti per valutare la medesima cosa –  cioè la probabilità di produzione spontanea di ordinata complessità – rimane un mistero insondabile. Questi signori sono evoluzionisti in economia e anti-evoluzionisti in biologia.

Non che in ambiente socialista siano da meno quanto ad uso parsimonioso della logica. Qui è facile trovare evoluzionisti in biologia e anti-evoluzionisti in economia.  Molte correnti socialiste e comuniste intendono il libero mercato ed il capitalismo quali enti reali che agiscono sulla società. Quasi il mercato trascendesse il mondo. Una forma di teismo che personifica l’agente degli scambi economici. Pertanto, proprio come satana è un acceso (!) e sincero teista, così comunisti e anarco-comunisti sono ferventi credenti nel “capitalismo”, il SF che organizza il mercato a danno dei diseredati. Si cominci col considerare che la citazione di Friedman proposta poco sopra dimostra che ciò che chiamiamo “mercato” altro non è se non la descrizione di un processo a-cefalo di produzione e allocazione di risorse. Quelle che chiamiamo “leggi” di mercato lo sono solo metaforicamente, come le equazioni sono i pensieri che Dio scrive nel libro a cui si riferiva Erdos. Non è trascendenza, è immanenza. Dicendo ciò, è facile intendere che i processi di confronto, di scambio, di sperimentazione, di scelta in base ad incentivi e così via includono ben altro che non la semplice la produzione e vendita di beni, investendo l’intera vita sociale degli individui, ognuno unico e dotato di personali idee e preferenze. La scelta del partner non avviene forse in base a personalissime idee ed altrettanto personali gusti ed incentivi? In tal senso, quello delle merci è solo uno dei tanti possibili “mercati”. Novelli Spinoza, diciamo Mercatus, sive Natura. Messa così, dire di credere nel mercato significa affermare di credere nelle leggi della natura. Una forma di poetico panteismo simile a quella utilizzata da Einstein, Erdos, Hawking. Non si confonda fisica con metafisica. Ma, ignaro della metafora, il prosaico accorrerà ad indicarci lo sfruttamento, l’ingiustizia economica, il neo-colonialismo neo-liberista. E farà bene. Queste aberrazioni ripugnano e fanno gridare, indignare e lottare gli uomini più degni di tale appellativo. Infatti, gli uomini degni hanno lottato e lottano. Senza le lotte dei movimenti socialisti non si sarebbe avuto alcun progresso democratico, nessun riconoscimento di diritto. Queste battaglie, però, non sono (non possono essere) dirette contro il “mercato”, perchè questa è una etichetta che descrive il naturale svolgersi degli scambi. Sarebbe come se i bipedi decidessero di combattere contro la legge di gravità. Non è un mangiafuoco cattivo, un SF, al di sopra a trascendere la società, perché l’economia è semplicemente un processo immanente di applicazione di mezzi non coercitivi a qualsiasi fine una persona si ponga, sia esso altruista quanto egoista. Non ci sono decisioni finali imposte con la forza, perché il mercato, cioè la natura, non è altro che la descrizione delle interazioni reciproche frutto delle decisioni di tutti gli individui della società. Si pensi ad una società costituita solo da individui quali Paul Erdos. Questi non tratteneva neppure i sui guadagni e non spendeva che il necessario per la sua frugale esistenza. Disse “Dei socialisti francesi hanno detto che la proprietà privata è un furto. Io penso che sia una seccatura”. Il suo unico incentivo era la conoscenza delle formule e dei teoremi scritti nel libro. Se tutti fossero stati simili ad Erdos, ne sarebbe venuta fuori una società perfettamente in linea con la morale professata dal socialismo. Eppure sarebbe stata una chiarissima società di mercato. Infatti, sarebbe stata liberamente scelta dagli individui in base ai propri incentivi. Perfino una comune anarchica in cui vigesse la collettivizzazione dei beni sarebbe una società “di mercato”, perchè liberamente scelta. Una società che, invece, vietasse lo scambio, la sperimentazione e il confronto, non solo annullerebbe la naturale autopoiesi, il continuo auto-costruirsi, divenendo quindi inefficiente, ma andrebbe a ledere la libertà di tutti coloro che, a differenza di Erdos, venissero attivati da incentivi differenti dalla matematica. La verità è che, se ben guardiamo, tutte le aberrazioni di cui siamo atterriti spettatori, dalla crisi economica attuale, ai garage dove bambini cuciono scarpe che non calzeranno mai, alle disastrose ricadute ecologiche dell’attività economiche sono storture dovute proprio alla creazione di una casta di monopolisti ostili al libero scambio. E’questo il SF, e non ha nulla di trascendente. Questa insana pianta è frutto dell’innesto del potere politico al corpo sociale, quindi all’economia. La masnada governativa innestata ai potentati economici fa da sempre da guardiano degli interessi dei dominanti contro i dominati. E’ a questa realtà, tutt’altro che amica del “libero mercato”, che andrebbe attribuita, se proprio vogliamo,  l’etichetta, generalmente utilizzata in senso dispregiativo, di “capitalismo”. Vista così, libero mercato e capitalismo sono posizioni opposte! Tornando ad utilizzare le stantie etichette topografiche di destra e sinistra, potremmo azzardare di dire che il capitalismo,  è di “destra” ed il mercato di “sinistra”. Meglio sarebbe, però, parlare di governo imposto dall’alto (capitalismo, SF) e autogoverno (libero confronto).  Infatti, nel capitalismo il mercato è libero solo quando conviene al potere economico (deregulations, abbattimento delle garanzie, ecc.), ma assolutamente regolamentato quando conviene agli sfruttatori che sia così. In un libero mercato gli stati salverebbero le banche?  Si potrebbero immaginare giganteschi investimenti privati in “grandi opere” senza curarsi né del rientro economico nè dell’opinione dei residenti dei territori che queste devastano? La risposta è no. Probabilmente nel vocabolario di Erdos alla voce “cittadino” era scritto “suddito”. La coagulazione dei singoli poteri in forme di dominazione, come disse Foucault, non è il motivo per togliere il potere a tutti (i socialisti si rileggano Proudhon e capiranno) ma quello di garantirlo a tutti. C’è poco di più socialista. Lo dissero anche i socialisti Benjamin Tucker e Francesco Saverio Merlino. Poi qualcuno sarà sempre libero di darmi dell’ “anarcocapitalista”. Non importa. La mia mente è libera.

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