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I pregiudizi di una pseudoscienza

di Luigi Corvaglia

“Vive la difference!”, dicono i francesi quando gli si fa notare che fra uomo e donna esiste solo una piccolissima differenza. Gli psicoanalisti non sembrano pensarla così. Scrive, ad esempio,  Violaine Guèritault [1] che

 Freud concepiva la donna come una brutta copia dell’uomo, completamente e inesorabilmente ottenebrata da complesso di castrazione.

Non esagera. La condizione della donna, infatti, per il padre della psicoanalisi, è indelebilmente condizionata dal desiderio inappagato del pene, che la descrive e la identifica quale oggetto incompleto. Colpa della “difference”. Scrive Lacan che

il sesso femminile ha un carattere di assenza, di vuoto, di cavità, che lo rende meno desiderabile di quello maschile[2].

Non mi sento troppo lacaniano riguardo quest’ultima affermazione. Voglio comunque sottolineare che la dannazione dell’assenza, per la psicodinamica, comporta ben altri ed irrimediabili guasti oltre il non gradimento di Lacan per la vagina. E’, infatti, dogma di fede psicoanalitica che è proprio alla mancanza del fallo che si deve lo scarso contributo femminile “alle scoperte e alla invenzioni della civiltà”[3]. Madame Curie era probabilmente afflitta da un complesso di mascolinità. Sempre l’idea di una mannaia primordiale delle parti basse comporta l’ “ostile animosità delle donne nei confronti dell’ uomo” così come il loro “scarso senso di giustizia e il prevalere dell’invidia nella vita psichica” che, si sa, sono inconfutabili ed universali verità. Non si pensi, però, che la psicoanalisi ortodossa ritenga  la donna sempre seconda nella competizione con l’uomo. Assolutamente no. Per esempio, nel taglio e nel cucito è inutile che l’uomo si provi a mettersi  a confronto con le mutilate. Non c’è sfida. Le donne, infatti, sono imbattibili nell’arte tessile a causa dell’ “invidia del pene” e della vergogna per la sua  mancanza. La tendenza al cucito, infatti, nasce proprio dall’esigenza di creare dei tessuti per coprire l’orrida ferita, il vuoto dopo il furto [4]. Il discorso, è il caso di dire, non fa una piega.

E il desiderio di maternità? Sembra piuttosto chiaro a chiunque non si faccia legare dai lacciuoli del pensiero logico, pardòn, cosciente,  che si tratti nient’altro che di una sostituzione. Basta scambiare il bambino con il pene ed il gioco è fatto. In altri termini, una donna vuole un figlio per rimpiazzare un pene che non avrà mai. Francoise Dolto, che per decenni è stata la psicoanalista più rispettata di Francia, quindi del mondo, lo ha chiarito, del resto, molto pene, ehm, bene (sapete come sono questi lapsus..). La Dolto, infatti, scrive che alla scoperta della menomazione, la bambina capisce che sarà madre. Ecco, allora, che gioca con le bambole. Nelle sue parole, “La bambola è, per la bambina, il feticcio del pene mancante”. Del resto, il padre, che spesso si sente messo da parte dalla madre di suo figlio  a favore di questi, ha la sensazione “che il feto riesca a possedere la donna in modo più profondo e più a lungo di quanto egli potrà mai fare nel coito[5]”. E’ qui che emerge in tutta la sua virulenza la perversione materna. La madre preferisce giocare col suo pene piuttosto che con quello del suo uomo. L’atteggiamento materno, infatti, altro non è se non un modo mascherato di manifestazione del proprio potere tramite la manipolazione del feticcio. Ciò, tra l’altro, avviene con grave danno per lo sviluppo del figlio:

 Una donna non può essere “materna”, e quindi dare perché si sviluppi, se non quando vive una relazione soddisfacente con il padre di suo figlio [6].

Per fortuna, il padre riesce talvolta a salvare il bambino, riuscendo a rompere il rapporto preferenziale madre-figlio e divenendo modello per la crescita e lo sviluppo di quest’ultimo.

Insomma, per sfuggire all’angoscia del vuoto inguinale, la donna necessita di diventare madre. Eppure, scrive Freud, proprio quando la donna diventa madre, diventa nevrotica. “Qualunque cosa facciate, signora, sbaglierete!”, avrebbe decretato il vecchio rivolgendosi ad una giovane ed attonita madre. La sentenza era stata emessa. Da quel giorno fu chiaro che tutto quanto di negativo potesse accadere nella famiglia, la causa si sarebbe dovuta cercare in quell’essere monco, in quell’uomo incompleto. Si inaugurò la stagione del senso di colpa delle madri. Schematizza Gérard Zwang, nel tentativo di mostrare che in psicoanalisi non c’è via di scampo,  che se il  bambino è molto coccolato, lo si  rafforza nella libido incestuosa e nel narcisismo, ritardando la formazione del SUPER IO. Se, invece, si è rigidi nell’educazione, la madre è definita “castrante” e fa insorgere un SUPER IO eccessivo. Se l’attaccamento alla madre è troppo forte, favorirà l’omosessualità del ragazzo. Ma qui anche un padre troppo bonario, comunque, impedirà che si sviluppi l’identificazione col genitore maschio, favorendo anch’egli l’omosessualità. Al contrario, un’educazione fatta di sanzioni e affettività condizionata porta guai. Infatti, la sculacciata incrosta la libido sulle parti posteriori, il che spiega il legame fra omosessualità e paranoia, e la minaccia di sottrazione d’amore provoca un doloroso trauma che aggrava il masochismo primario (o secondario). Una madre che tende a sminuire il bambino lo spingerà verso l’omosessualità. Quella che ostacola la sessualità della figlia, invece, la renderà ribelle al marito. Simile la binarietà per l’allattamento ( se il bambino viene allattato al seno, il legame con la madre sarà difficile da sradicare e, quindi, traumatico lo svezzamento; se invece sarà allattato col biberon, non potrà strutturare la sua fase orale a contatto col seno materno e tutta la sua vita futura sarà segnata da questa frustrazione) o la localizzazione della culla (in camera con i genitori, porta all’assistere alla “scena primaria” – il sesso fra i genitori – e la vista della menomazione del sesso materno farà cadere il bambino nell’ “angoscia di castrazione”; se il bambino dorme in camera sua, patirà la separazione e capirà che quella donnaccia lo tradisce col padre). Non c’è scampo. Come la fai, la sbagli. Ciò permette una lettura a posteriori in grado di spiegare a ritroso ogni cosa. Se un omosessuale ha avuto genitori rigidi è colpa loro, se aveva genitori troppo affettuosi, è colpa loro. Non è possibile smentire una teoria siffatta.

Sono stati, comunque,  gli adepti del culto analitico  posteriori a Freud a perfezionare la colpevolizzazione dei genitori e, soprattutto, della madre. Il primo posto in quest’opera se la contendono Frieda Reichmann, cui si deve il concetto di “madre schizofrenogena” che ebbe il suo quarto d’ora di celebrità, e Bruno Bettelheim, il quale, prima di essere smascherato come un impostore e seviziatore di infanti [7], fu il guru della teoria dell’autismo infantile causato dalle madri. Quest’ultimo, scrisse nel suo libro La fortezza vuota:

 In questo libro, io sostengo, dall’inizio alla fine, che il fattore che fa precipitare il bambino nell’autismo è il desiderio dei suoi  genitori che egli non esista [8].

Il vero problema, però, sarebbe che le madri vorrebbero fare dei loro figli dei figli “perfetti”. Osserva, infatti, J. Louise Despert, parlando della teoria di Bettelheim,

 Queste madri iperintellettuali e anaffettive, spiegava, cercano la pienezza nelle sfere intellettuali piuttosto che nei contatti umani [9].

Poco importa, quindi, che queste madri appaiano normali, anzi, spesso, brillanti e sinceramente affettuose coi propri figli. In psicoanalisi è efficace strumento autoconfimatorio tanto osservare quel che si vede, se ciò  combacia con le proprie teorie, quanto, se ciò che si osserva contrasta con la costruzione ideologica freudiana, affermare che ciò che si vede è solo una copertura di ciò che non si vede, ma che si sa ben descrivere come qualcosa che conferma la teoria. J. Edgar Hoover, il fondatore dell’FBI, quando aveva deciso di mettere sotto controllo il telefono di una persona accusata di sovversione, usava preparare due profili, uno dal titolo ‘sovversivo’ – nel caso in cui le conversazioni ascoltate fossero compromettenti – e un altro intitolato ‘sovversivo astuto’– nel caso in cui non lo fossero. E’ un meccanismo efficiente ed implacabile. Perfino la scoperta, fatta dopo il suo suicidio, che Bettelheim fosse un millantatore, un imbroglione, un falsificatore di dati scientifici e un violento proprio con i bambini, non sembra aver scosso la fiducia nella sua teoria. Infatti, alcune sue frasi hanno campeggiato a lungo su un cartellone nell’asilo comunale frequentato da mia figlia. Come una religione, o un delirio, la psicoanalisi è teoria plastica e impermeabile alla critica.

Più sopra si è visto, facendo riferimento all’educazione genitoriale, come qualunque sia lo stile scelto, esista l’inghippo, rendendo, di fatto, inutile ogni discorso in merito. Ora, invece, quest’altro aspetto relativo alla  impossibilità di falsificare la teoria è realmente esemplare del culto fideistico, come chiaramente espresso da Karl Popper. Questi, avvicinatosi in gioventù al marxismo, alla psicoanalisi freudiana, poi alla psicologia analitica di Adler, a un certo punto cominciò ad avvertire che

 ….queste altre tre teorie, pur atteggiandosi a scienze, erano di fatto più imparentate con i miti primitivi che con la scienza e assomigliavano più all’astrologia che all’astronomia. Riscontrai che i miei amici, ammiratori di Marx, Freud e Adler, erano colpiti da alcuni elementi comuni a queste teorie e soprattutto dal loro apparente potere esplicativo. Esse sembravano in grado di spiegare praticamente tutto ciò che accadeva nei campi cui si riferivano. Lo studio di una qualunque di esse sembrava avere l’effetto di una conversione o rivelazione intellettuale, gli occhi su una nuova verità, preclusa ai non iniziati. Una volta dischiusi in questo modo gli occhi, si scorgevano ovunque delle conferme: il mondo pullulava di verifiche della teoria. Qualunque cosa accadesse, la confermava sempre. La sua verità appariva perciò manifesta; e, quanto agli increduli, si trattava chiaramente di persone che non volevano vedere la verità manifesta, che si rifiutavano di vederla, o perché era contraria ai loro interessi di classe, o a causa delle loro repressioni tuttora ‘non analizzate’ e reclamanti ad alta voce un trattamento analitico. L’elemento più caratteristico di questa situazione mi parve il flusso incessante di conferme, di osservazioni che ‘verificavano’ le teorie in questione; e proprio questo punto veniva costantemente sottolineato dai loro seguaci. [10]

 Più oltre si racconta un episodio accadutogli personalmente con Adler:

 Una volta, nel 1919, gli riferii di un caso che non mi sembrava particolarmente adleriano, ma che egli non trovò difficoltà ad analizzare nei termini della sua teoria dei sentimenti di inferiorità, pur non avendo nemmeno visto il bambino. Un po’ sconcertato gli chiesi come poteva essere così sicuro. ‘A causa della mia esperienza di mille casi simili’ egli rispose; al che non potei trattenermi dal commentare: ”e con quest’ultimo, suppongo, la sua esperienza vanta milleuno casi”. [11]

Insomma, la teoria si conferma da sola. In definitiva, una teoria che non può essere falsificata, perché “si scorgono ovunque delle conferme”, perchè “qualunque cosa accada, la teoria si conferma sempre”, come le intercettazioni di Hoover confermano sempre la sovversione,  spiega praticamente tutto, quindi non spiega niente. Per essere valida, una teoria deve consentire in linea di principio di derivare conseguenze falsificabili. Ciò che non è falsificabile in potenza, non è neppure verificabile. E’ verificabile la sovversività del sovversivo “astuto”? E’ forse falsificabile un precetto di fede? Forse che l’analisi spettrometrica di un’ostia consacrata può invalidare il “fatto” che questo sia corpo e sangue di Gesù? Ecco perché la transustanziazione non è una teoria scientifica, ma un articolo di fede, mentre quella della terra piatta era un’ottima teoria scientifica, perché potenzialmente – e poi di fatto – falsificabile dalle evidenze contrarie. Affermazioni come “le donne cuciono per nascondere la mancanza del pene” o “il fattore che fa precipitare il bambino nell’autismo è il desiderio dei suoi  genitori che egli non esista” non sono dotate di questa potenziale falsificabilità.  Come fare a criticare la psicoanalisi se ogni critico è visto come “persona che non vuole vedere la verità manifesta a causa delle sue repressioni tuttora ‘non analizzate’ e reclamanti ad alta voce un trattamento analitico”? Come nel delirio paranoico, ogni confutazione conferma la teoria da confutare! Delle osservazioni psicoanalitiche, infatti,  Popper scrisse che

 Non c’era alcun comportamento umano immaginabile che potesse contraddirle. Ciò non significava che Freud e Adler non vedessero correttamente certe cose: personalmente non ho dubbi che molto di quanto essi affermano ha una considerevole importanza, e che potrà svolgere un suo ruolo un giorno, in una scienza psicologica controllabile. Ma questo non significa che le ‘osservazioni cliniche’, che gli analisti ingenuamente consideravano come conferme delle loro teorie, di fatto confermino quest’ultime più di quanto facessero le conferme quotidiane riscontrate dagli astrologi nella loro pratica [12] . 

Mi sento quindi di confortare le mamme. Fino a che qualcosa di più dell’altezzosità che vuol bastare a se stessa non riuscirà a dimostrare che un bambino è un pene – ovvero fintanto che  le “dimostrazioni” saranno infalsificabili come la sovversione del “sovversivo astuto”– non dovranno preoccuparsi. Poco importa se, con questa disquisizione tesa a negare la validità epistemologica della teoria, secondo i processi logici psicodinamici, avrò dimostrato la mia “repressione” non ancora “analizzata” che “reclama un trattamento analitico”. Del resto, come diceva con leggera ironia l’ “apostata” psicoanalitico  Woody Allen: “Ho lavorato a lungo col dottor Freud. Poi abbiamo litigato sul concetto di invidia del pene. Lui voleva limitarlo alle donne….”


1. Gueritault V., Madri sempre colpevoli, in AA.VV., Il libro nero della psicoanalisi, a cura di C. Meyer, Fazi Editore, 2006, pag. 342

2. Lacan J., lezione del 21 marzo 1956, in Il seminario. Libro III. Le psicosi (1955-56), a cura di G. Contri, Einaudi, Torino, 1985

3. Freud S., Il tabù della verginità, in Contributi alla psicologia della vita amorosa (1910-1917), in Opere, vol. VI, Milano, Einaudi, 1974, pag. 445

4. Gueritault V., op.cit., pag. 343

5. Dolto F., Les Chemins de de l’éducation, Parigi, Gallimard, 1994, p.69

6. ibidem

7. Pollak R., Bettelheim l’impostore, in AA.VV., Il libro nero della psicoanalisi, a cura di C. Meyer, Fazi Editore, 2006, pp. 363-373

8. Bettelheim B., La fortezza vuota. l’autismo infantile e la nascita del sé, Garzanti, Milano, 1976

9. Despert J. L., Reflections on Early Infantile Autism, citato in Gueritault V., op.cit., pag.355

10.Popper K.R., Congetture e confutazioni, trad. it. di G. Pancaldi, Il Mulino, Bologna, 1972, pagg. 63-66

11. ibidem

12. Popper K.R., Postscritto alla Logica della scoperta scientifica, Saggiatore, Milano, 1984, Vol. I: Il realismo e lo scopo della scienza.

 

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