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Luigi Corvaglia1433923600-isis-book-apertura

State camminando lungo i binari della ferrovia quando vedete un treno senza controllo che arriva in velocità. Sta per investire cinque persone che si trovano sul binario. Voi siete vicino ad una leva. Se tirate la leva il treno verrà deviato su un ramo laterale. C’è però un piccolo problema: notate che sul binario laterale c’è una persona.

Avete due opzioni:

  1. Non fate niente e il treno ucciderà le cinque persone sul binario principale;

  1. Tirate la leva, deviando il treno sul ramo secondario dove ucciderà la persona che si trova lì.

Cosa fate?

Quando poniamo questa questione, il 90% delle persone in tutto il mondo risponde che tirerebbe la leva. Ciò perché 1 è meno di 5. Sembra quindi che il dilemma morale del male minore sia questione di aritmetica. Ciò è perfettamente in linea con l’ utilitarismo di Jeremy Bentham. (“E’ il maggior bene per il numero maggiore di persone che è la misura del bene e del male”). Quindi, possiamo riscrivere il quinto comandamento come segue: Non uccidere, a meno che uccidere un numero minore di persone non permetta di salvarne uno maggiore.

Se è così, nel caso volessimo far commettere a qualcuno azioni che includono la morte di alcuni individui, basterà convincerlo che queste azioni permetteranno la salvezza di un numero maggiore di persone e la sua coscienza non ne sarà turbata. A maggior ragione se si suppone che questa maggioranza sia maltrattata ingiustamente. Infatti, molti proclami terroristici sono basati sul concetto della salvezza di moltitudini malversate.

Ad ogni modo, se guardiamo un’altra versione dello stesso dilemma le cose cambiano. Qui abbiamo lo stesso treno fuori controllo e le stesse cinque persone che stanno per essere travolte, solo che voi guardate la scena dall’alto di un cavalcavia. Vicino a voi c’è un uomo enorme. Voi sapete che con la sua mole quest’uomo potrebbe fermare il treno e salvare le cinque persone.

Avete due opzioni:

  1. Non fate niente e il treno ucciderà le cinque persone sul binario;

  1. Spingete l’uomo grasso giù dal ponte, uccidendolo, ma salvando cinque persone.

Cosa fate?

Quando presentiamo il “trolley problem” in questo modo, il 95% delle persone risponde che non spingerebbe mai l’uomo grasso giù dal ponte. Eppure il calcolo aritmetico è lo stesso: 1 contro 5!

La differenza sembra essere che nel primo caso la morte della persona è inintenzionale, perché questi si trova sul binario accidentalmente, e non è essenziale a salvare gli altri cinque, mentre nell’altro caso l’uccisione dell’uomo grasso è essenziale per salvarli. Rifiutare di uccidere l’uomo grasso è in linea con il pensiero di Immanuel Kant (“Agisci in modo da non considerare l’umanità semplicemente come un mezzo, ma sempre allo stesso tempo come un fine”). Esiste una necessità morale, assoluta e eternamente valida, dalla quale tutti gli altri obblighi e doveri discendono (imperativo categorico kantiano).

Ma il terrorismo jiahdista è comparabile al caso dell’ “uomo grasso”, non a quello del “ramo deviato”. E’ la differenza fra uccidere e lasciar morire, la stessa che esiste fra il bombardamento “strategico” (quando bombardiamo obiettivi militari e infrastrutture per vincere una guerra, anche se ciò comporta molte vittime innocenti) e il bombardamento “terroristico” (il bombardamento indiscriminato per fiaccare il morale della popolazione e indurre un paese alla resa). Il primo caso è in accordo con al dottrina del duplice effetto di San Tommaso d’Aquino (“se un effetto cattivo non è il mezzo tramite il quale noi perseguiamo un fine buono, l’azione non è reprensibile”). In effetti, San Tommaso è un grande aiuto quando vogliamo giustificare molte nefandezze, ma ci sono situazioni che non si giustificano neppure col suo aiuto.   

Il calcolo utilitarista non è quindi applicabile al terrorismo jihadista, perché la morte di occidentali non è un danno collaterale, ma il mezzo attraverso il quale si vuole raggiungere l’obiettivo finale. Solo individui riconosciuti come “psicopatici” credono che buttare giù l’uomo grasso sia una buona azione, ma i terroristi non sono psicopatici (Silke, A., 2008).

Anche ammesso che il freddo calcolo utilitarista fosse sempre ammissibile, poi, questo non tiene conto della sensibilità umana. Infatti, è il caso di dare un’occhiata ad un altro dilemma morale:

Jim si trova nella piazza centrale di una piccolo città sudamericana. In fila contro un muro c’è una fila di venti indios, perlopiù terrorizzati, alcuni sprezzanti, di fronte ai quali ci sono vari uomini in uniforme. Il capitano in carica spiega che gli indios sono un gruppo scelto a caso fra gli abitanti che, a seguito di una protesta contro il governo, stanno per essere uccisi per ricordare ad altri eventuali protestatari i vantaggi del non protestare. Ad ogni modo, poiché Jim è un onorato visitatore di una paese straniero, il capitano è felice di concedergli il privilegio di uccidere egli stesso uno degli indios. Se Jim accetta, come celebrazione dell’occasione, gli altri indiani verranno liberati. Se Jim rifiuta, allora non ci sarà nessuna occasione speciale. Venti indios saranno uccisi.

Cosa fareste se voi foste Jim? Probabilmente non sareste in grado di uccidere una persona innocente, anche se sapete che sarebbe una buona azione in senso utilitaristico. Questo perché c’è una distinzione cruciale fra una persona uccisa da me e una persona uccisa da qualcun altro. Noi siamo “agenti morali” che decidono in accordo con i il proprio senso di integrità e preservando la propria identità psicologica.

Per uccidere un innocente non basta che sia giusto. E’ necessario qualcosa che preservi la nostra integrità, che risolva la nostra Dissonanza Cognitiva.

E’ per questo che molte teorie antropologiche e sociologiche sul terrorismo islamico sono fallaci. Alcune letture del fenomeno, infatti, tendono a minimizzare il ruolo della religione e del fideismo in favore di spiegazioni centrate su aspetti psicologici, politici e sociali, ma per disinnescare il potere di un imperativo categorico c’è bisogno di un altro imperativo categorico!

Per uccidere gente innocente pensando di essere nel giusto abbiamo bisogno di essere portatori di una visione del mondo che non concede uguale dignità a “noi” e agli altri. Abbiamo bisogno di una fede! Abbiamo bisogno di un sistema di credenze esclusivo che proponga una ed una ed una sola Verità e che ci faccia guardare al mondo esterno con sospetto, paura e rabbia. .

Negarlo è possibile solo facendo lo struzzo o applicandosi in quella forma di disonestà intellettuale che è il “politically correct”.

Così le spiegazioni basate sul concetto di sovrastruttura (globalizzazione, fragilità culturale, ecc.) contengono solo parte della verità. Vediamone un esempio:

Secondo Scott Atran [Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) France],

– La religione ha poco a che fare col terrorismo islamista;

– l’ISIS sfrutta il potenziale di sofferenza, indignità ed umiliazione a cui sono sottoposte le società musulmane;

– Quindi ciò che motiva la partecipazione ad azioni politiche violente sarebbe una sorta di “altruismo di parrocchia”

Quindi, questo sarebbe lo schema:

side track

I cinque sul binario rappresentano la comunità islamica che viene continuamente travolta dal treno della umiliazione, della sofferenza e della indegnità. Il tizio sacrificabile sul ramo secondario è il non credente. Quello che tira la leva è il jihadista e l’azione del tirare la leva l’espressione del suo altruismo di parrocchia.

Ma, come sappiamo, il terrorismo jihadista è comparabile al caso dell’ “uomo grasso”, e non possiamo uccidere qualcuno come mezzo. L’altruismo di parrocchia non spiega il silenzio dell’imperativo categorico (dilemma dell’ uomo grasso) e nemmeno il superamento del “problema dell’agente” (dilemma di Jim) , a meno che il mezzo, la vittima, non sia propriamente umana…

Infatti, se noi rimpiazziamo l’uomo grasso con un gorilla (o i venti indiani con venti scimmie) la risposta delle persone è diversa. Ci dicono che possiamo sacrificare un esemplare per salvarne di più. Deumanizzando si passa da Kant a Bentham.

fat man ape

Questa deumanizzazione è possibile solo grazie al Disimpegno Morale portato da quel sistema di credenze esclusivo di cui si parlava…

Quando opera la deumanizzazione, la vittima non è più vista come una persona con sentimenti, speranze e preoccupazioni, ma oggettivata come qualcosa di sub-umano.

Questa è solo una delle otto mosse per ottenere il disimpegno morale descritte da Albert Bandura (1990). Il fanatismo è in grado di attivare tutti gli otto meccanismi.

moral 2

Solo una fede cieca e fanatica può produrre un disimpegno morale in grado di far saltare i servomeccanismi selezionati dall’evoluzione (moral dumbfounding).

Prima che i moderni studiosi di scienze sociali spiegassero I processi di persuasione, prima che provassero a spiegare il terrorismo con complesse teorizzazoni ( Drive-Theory, Social Learning Theory, e così via) e che mettessero in luce gli errori sistematici (bias) necessari a fissare un individuo nelle sua visione del mondo disfunzionale, tre pensatori avevano già spiegato i rischi connessi alla mancanza di dubbio prodotta da un sistema di credenze totalizzante:

Isaiah Berlin: Rifacendosi ad una favola di Archiloco, divise gli esseri umani in volpi e ricci. I primi sarebbero espressione del pluralismo, mentre i secondi del monismo (“Le volpi sanno molte cose, ma il riccio sa quella giusta”, Archiloco).

Il pluralista sa che I conflitti di valori sono una caratteristica intrinseca e irremovibile della vita umana (le volpi sanno molte cose), quindi non pensa necessario imporre la proporia verità agli altri.

Per il monista, tutte le vere domande possono avere una sola risposta vera (il riccio sa quella giusta); tutte le altre sono errori. I ricci hanno bisogno di confini, muri, paletti.

La nevrosi di massa della nostra età – disse Berlin – è l’agorafobia”. E’ ciò che chiamiamo Bisogno di chiusura (Need for Closure, NFC).

Esiste una forte correlazione statistica fra il bisogno di chiusura (cioè il bisogno di certezze) espresso in scale cliniche misurabili e l’estremismo (Kruglanski, Chen, Dechesne, Fishman and Orehek, 2009; Kruglanski, Belanger, Gelfand, Gunaratna, Hetiarrachchi, Orehek, Sasota & Sharvit, 2013; Orehek, Sasota, Kruglanski, Deschesne & Ridgeway, in corso di stampa).

Il perchè può essere spiegato dal secondo pensatore..

Max Weber: I ricci di Berlin agiscono nel rispetto dell’ etica del principio di Max Weber. Questa fa riferimento a principi assoluti, senza porsi il problema delle conseguenze che da questi discendono (come dire che “l’operazione è riuscita, ma il paziente è deceduto”), rendendo possibile il disimpegno morale, quando, invece, nell’ etica della responsabilità l’attenzione è posta sulla relazione mezzi/conseguenze. Roba da volpi.

Perchè l’etica del principio porta a quelle che Paul Watzslavick chiamava ipersoluzioni (azioni pericolose che si suppone abbiano una funzione salvifica)? La risposta è nel terzo autore.

Karl Popper: Egli disse che “l’irrefutabilità di una teoria non è una sua virtù (come molti spesso credono), ma un difetto” .

Fedi e ideologie non sono oggetto di confutazione, quindi non sono neppure confermabili.

Possiamo eufemisticamente dire che le idee che sono supportate con maggior “entusiasmo” sono quelle che vengono considerate dogmi e, in quanto tali, non possono essere confermate nella loro pretesa di essere la assoluta Verità. I migliori esempi di ciò sono le idee religiose, ma anche le ideologie politiche.

roghi-stregheidee supportate con entusiasmo

D’altro canto, i concetti dimostrabili non richiedono grande impegno per essere imposti; l’impegno è necessario solo per convincere gli altri di quello che non è possibile dimostrare, che poi è, in genere, il fatto che noi siamo meglio di loro. Infatti, Voltaire diceva che “non esistono sette in Geometria”.

Bibliography

Atran, S. (2019), L’Etat islamique est une revolution, Les Liens Qui Libèrent Editions, Paris

Bandura, A. (1990). Mechanisms of moral disengagement. In W. Reich (Ed.), Origins of terrorism:

Psychologies, ideologies, theologies, and states of mind (pp. 161-191), Cambridge University Press, Cambridge

Berlin, I. (1953), The Hedgehog and the Fox: An Essay on Tolstoy’s View of History, Weidenfeld & Nicolson, London

Kruglanski, A. W. (2004). The psychology of closed mindedness,. Psychology Press., New York

Kruglanski, Chen, Dechesne, Orehek, & Fishman (2009) Yes, no, and maybe in the world of terrorism

research- Reflections on the commentaries, Political Psychology, Vol. 30, No. 3, pp. 401-417

Kruglanski, Belanger, Gelfand, Gunaratna, Hetiarrachchi, Orehek, Sasota & Sharvit (2013)

Terrorism–a (self) love story: redirecting the significance quest can end violence, American

Psychologist, 68, pp. 559-575

Edmonds, D. (2013) Would You Kill the Fat Man?: The Trolley Problem and What Your Answer

Tells Us about Right and Wrong, Paperback

Popper, K. (1974) La società aperta e i suoi nemici. Volume II: Hegel e Marx falsi profeti, Collana

«Filosofia e problemi d’oggi», Armando, Rome, (It. Ed.)

Silke, A. (1998), Cheshire-cat logic: The recurring theme of terrorist abnormality in psychological

research, Psychology, Crime & Law, Volume 4, Issue 1; 2008, Holy Warriors. Exploring the

Psychological Processes of Jihadi Radicalization, European Journal of Criminology, Vol. 5 (1), pp.  99-123.

Thomson, J.J. (1990), The Realm of Rights, Harvard University press, Cambridge, Ma

Paul Watzlawick, P. (2013), Di bene in peggio. Istruzioni per un successo catastrofico, Feltrinelli,

Milan (It. Ed.)Weber, M. (1996) Scienza come vocazione. E altri testi di etica e scienza sociale, Franco Angeli, Milan (It. Ed.)

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