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di Luigi Chapman Corvaglia

  1. Paul è morto (e io mi sento poco bene)

La copertina di Abbey Road e la banconota da un dollaro hanno qualcosa in comune. Gli scettici delle verità ufficiali sanno cosa: entrambe contengono le prove di un complotto. Cioè, non le prove, gli indizi. Già. Infatti, ai cospiratori piace lasciare una gran mole di indizi. Se amate l’ordine e la pulizia non invitate a casa cospiratori. Lasciano indizi dappertutto. E non vengono via. Il mondo è pieno di indizi. Bisogna solo a collegarli fra loro. Questo non è un problema, dato che ogni giorno nasce un collegatore di indizi. Tutto sta a trovarlo. Anche questo non è un problema. Prima di internet era necessario scovare il bar più giusto per trovarlo un buon teorico, ma nell’era dei social network, quella in cui degli idioti conosci anche nome, cognome e residenza, è lui che trova te. Se va bene, si presenta nella veste di “ricercatore indipendente”, altrimenti in quella di “mamma informata”. Se va veramente male, però, si presenta in quella di politicante populista. Queste diverse incarnazioni del pensiero cospirazionista sono accumunate dall’idea che “le cose non sono mai quelle che sembrano” e che quindi qualcuno “ci sta ingannando” per loschi fini. Così la banconota da un dollaro non è quello che sembra, cioè una banconota – colma, come ogni banconota, dei simboli retorici dello Stato che la emette – ma la prova che la massoneria governa il mondo. Si rimanda ad altre, sovrabbondanti fonti per l’analisi degli indizi che i cospiratori avrebbero trovato opportuno lasciare sul “verdone” (un esempio qui). Stesso discorso per l’iconica immagine che illustra la confezione dell’album dei Beatles del 1969. Dietro la banale fotografia, infatti, si celerebbe gran parte dei messaggi in codice che i quattro (i tre?) andavano disseminando in testi e immagini, come ben sanno gli affezionati telespettatori dei programmi di divulgazione pseudoscientifica. Nello specifico, il messaggio nascosto sarebbe che Paul McCartney, l’autore e cantante di gran parte dei classici del gruppo, sarebbe morto nel 1966 e da allora sostituito da un sosia.

La copertina di Abbey Road (1969)

 

E’ celeberrima la teoria per cui nella foto i quattro starebbero inscenando una processione funebre. Il defunto, ovviamente, è Paul, il quale è l’unico dei Beatles fuori passo rispetto agli altri, forse a simboleggiare la sua estraneità al vero gruppo, e ha una sigaretta nella mano destra pur essendo notoriamente mancino. Questo è patrimonio comune di qualunque iniziato al mondo delle leggende metropolitane, ma è sul contorno che è interessante notare come la scaltra mente del ricercatore si sia impegnata. Sulla targa del “maggiolino” (“beetle”) Volkswagen bianco parcheggiato a sinistra della foto, si legge “28IF” – “28 SE”, interpretato come “28 anni SE fosse ancora vivo”. (…) Anche alla luce di questo il resto della targa, “LMW”, è stato letto come “Lie ‘Mongst the Wadding”, poemetto dello scrittore americano Stephen Crane anch’egli morto a 28 anni (il suo viso appare seminascosto da una mano sopra la testa di Paul nel famoso collage di Sergent Pepper’s). Altri hanno letto “LMW” come “Linda McCartney Widowed” (vedova) o come “Linda McCartney Weeps” (piange) [1] e [2]. Il motivo di interesse per questa elencazione di indizi opinabili risiede nel fatto che esistono invece dei dati non opinabili. Fra questi, che la fotografia in questione è stata scattata l’8 Agosto del 1969 e quindi Paul McCartney di anni ne avrebbe avuti 27, che sulla copertina di Beatles For Sale, del 1964, cioè prima della presunta morte avvenuta in un incidente stradale nel 1966, l’artista teneva già la sigaretta nella mano destra e che, se egli fosse realmente deceduto in quell’anno, a piangere sarebbe stata la sua fidanzata di allora, Jene Asher, non Linda, che il Paul del ‘66 neppure conosceva. In altri termini, il controllo dei fatti e l’ applicazione della logica basterebbe a smontare le più bizzarre teorie del complotto. La differenza fra uno scettico ed un paranoico è tutta qui, nel valore euristico che si attribuisce ai dati.

2. John è morto (e l’ha ucciso la CIA)

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Dalle scie chimiche e dai vaccini che causano l’autismo alla sostituzione etnica voluta dalle elìte e a George Soros come gran burattinaio del globo il passo è breve. I fautori del florilegio di teorie cospiratorie che infestano la rete telematica interpretano il mondo come i teorici della “Paul Is Dead” (PID) interpretano la copertina di Abbey Road. Ora, se qualcuno aveva una tendenza a connettere indizi in costruzioni paranoiche, questi era proprio il sodale del presunto defunto della PID Theory, ossia l’oggettivamente defunto John Lennon. Questi venne fatto fuori l’ 8 Dicembre 1980 da un giovane con problemi psichiatrici, tale Mark David Chapman. Matthew Schneider, docente di letteratura Inglese e comparata alla – pensate un po’ – Chapman University (un caso? Non credo proprio…), ha scritto uno splendido saggio sulla creazione del mito prendendo appunto spunto dalle caratteristiche paranoidi di Lennon. Il saggio, intitolato Quel che importa è il sistema!” I Beatles, la “Trama di Pasqua” e la narratività complottistica [qui], inizia con uno stralcio di intervista al figlio del musicista, Sean Lennon, il quale afferma che il padre sarebbe stato ucciso dal potere governativo americano. L’ affermazione denuncia la similitudine dei processi di pensiero di padre e figlio. Il padre, infatti, era da sempre affascinato dalla narratività complottistica e, secondo Schneider, a fornirgli la chiave di lettura cospirazionista della storia sarebbe stato un best-seller del 1965: The Passover Plot (La trama di Pasqua), di Hugh Schonfield. Quest’ultimo, forte di vaste conoscenze del mondo giudaico, era arrivato a tessere con tutte le fonti antiche a lui disponibili una storia che spiegava tutti gli eventi menzionati nei Vangeli su basi interamente razionali e a ipotizzare che Gesù Cristo, con l’aiuto di dodici congiurati, avesse inscenato la sua morte e resurrezione. Ciò al fine di provare che questo figlio di un falegname galileo era il Messia la cui venuta era stata predetta da certe sette giudaiche circa un secolo e mezzo prima della sua nascita. Un complotto, appunto. Il piano, però, sembra scritta dai Monty Python. Infatti, il progetto non sarebbe andato liscio. Pare che la banda dei tredici non avesse tenuto conto dell’eventualità della ferita al costato! Nessuno si aspettava la ferita al costato! Infatti, dopo essere stato liberato dal sepolcro, il nazareno sarebbe realmente morto a causa del dissanguamento. Questo tragicomico complotto, secondo l’autore, sarebbe la vera base del cristianesimo, dal momento che da esso la Chiesa antica avrebbe costruito la sua narrazione canonica della morte e resurrezione di Gesù di Nazareth cucendo insieme racconti contraddittori di testimoni, frammenti di dati storici irrelati, e persino pezzi da opere di narrativa come L’asino d’oro di Apuleio. Se la prima fase della Trama di Pasqua fu architettata da Gesù stesso, la fase due è costituita dalla ricostruzione da parte della Chiesa antica. Scrive, quindi, Schneider:

Schonfield insegnò a Lennon (…) a cercare i modi in cui la profusione caotica di eventi, interessi in conflitto e testimonianze contraddittorie possono essere tessuti in una narrazione escatologica senza smagliature apparenti. Lennon si rese conto che, per rendere manifesta e profittevole la loro importanza quasi religiosa nelle vite dei loro fan, I Beatles avevano soltanto bisogno di fornire una quantità di dettagli allettanti e apparentemente slegati: si poteva contare sul fatto che i loro seguaci, come i primi padri della Chiesa, avrebbero entusiasticamente intessuto, a partire da quei dati, una narrazione personalmente e culturalmente significativa.

Schneider ipotizza quindi che Lennon, più famoso di Gesù Cristo, abbia volontariamente contribuito a distribuire indizi da far connettere ai suoi fedeli. Che egli stesso fosse sensibile a letture cospirazioniste era già stato evidenziato da Albert Goldman nella sua biografia non autorizzata. Sembra che alla domanda di un amico su cosa pensasse dell’omicidio di Martin Luther King Lennon sia esploso in un “Chi diavolo se ne frega…? Quel che importa è il sistema!”[pag. 14]. Ecco, il “sistema”. Quello che Schonfield evidenzia riguarda proprio la qualità “politica” della narratività complottistica. Scrive infatti:

Due aspetti dell’ultima fase dei Beatles–lo sperimentalismo iconografico e musicale di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band e il mito di “Paul is Dead”–mostrano le due varietà principali del pensiero complottistico. Nella sua modalità positiva, il pensiero complottistico rispecchia un genere particolare di ingenuità intellettuale–l’abilità di costruire un mosaico interessante e perfino piacevole a partire dalla casualità degli eventi. Ma poiché il pensiero complottistico assume che qualche intenzionalità onnicomprensiva sia sempre all’opera — il “sistema” ha le sue mire– l’ingenuità intellettuale lascia il campo, infine, alla paranoia. Questa è la tendenza inevitabile della narratività complottistica. Anche se iniziato per gioco, il pensiero complottistico finisce invariabilmente per evocare lo spettro vendicatore del sacro.

L’ingenuità lascia il campo alla paranoia. La paranoia del sistema.

3. Potere al popolo

Lennon firma l’autografo al suo assassino poche ore prima di essere ucciso

 

“Ipocrita” è una parola che ricorre molto spesso nel romanzo Il Giovane Holden di Salinger, il libro che l’assassino di Lennon aveva con sé il giorno dell’omicidio. Quella di ipocrisia è la maggiore fra le accuse che sono state rivolte all’artista e che sono riuscite a scalfire l’aura di santità prodotta dalla sua morte violenta che ne ha fatto un’icona a metà fra Che Guevara e Padre Pio (o “Martin Luther Lennon”, come ironicamente disse McCartney). Presentarsi come un “working class hero” e vivere da nababbo, farsi emblema del pacifismo ed essere un violento (su questo c’è pieno accordo fra i i figli Julian e Sean) possono sicuramente essere oggetto di interesse per rotocalchi scandalistici, ma nessuno ha mai rimarcato che il vero elemento caratterizzante il messaggio politico di Lennon è il populismo anti-sistema che ne fa il primo grande campione pop di quella forma mentis. Questa concezione considera il popolo come un’entità naturalmente etica la cui volontà collettiva non necessita di rappresentanza e mediazione (“Power To The People”). Oggi direbbe che “decide la rete”. La stessa Imagine, più che quel manifesto anarco-pacifista che qualcuno ha voluto vederci, è un esercizio di imbarazzante qualunquismo. Tutto ciò non è di certo alieno alla lettura cospirazionista già incontrata, coma sa qualunque avvertito cittadino europeo di questa epoca. Infatti il populismo comporta la sfiducia nel potere delle elìte, quelle palesi ma ancor meglio quelle occulte. La “casta”, le lobby, i “poteri forti”. Questa forma mentis è particolarmente prona a quella che Karl Popper definiva “teoria cospirativa della società”. Alla base ne è il “costruttivismo”, cioè l’idea errata che laddove esistono fenomeni sociali, dietro vi è qualcuno che ha cospirato per portarli a compimento. La teoria cospirativa della società, quindi, del costruttivismo sociale è la versione accusatoria. Se, infatti, tutto è pianificato, dietro ogni evento negativo c’è un piano maligno ordito da cospiratori. La verità, come sottolinea Menger, è che i fenomeni sociali sono quasi tutti costruzioni autopoietiche, senza alcuna regia. Si pensi al linguaggio [4] E’ altrettanto vero che le azioni umane hanno conseguenze inintenzionali, non previste, talvolta perfino controproducenti rispetto l’intenzione originaria (nessuno aveva previsto la ferita al costato…) che rendono improponibile l’idea di infallibili disegni su vasta scala. Eppure oggi il complottismo è diventato mainstream. A questo scetticismo per le verità ufficiali non può sfuggire neppure la “scienza” e la medicina – il complotto di Big Pharma! – e il nostro Lennon si guardava bene dall’esimersi da questa diffidenza. Benché consumasse quantitativi industriali di marmellata, intratteneva i suoi cortigiani con lunghi sermoni sui danni dello zucchero letti in qualche testo di medicina alternativa. Eroina, cocaina ed LSD non lo preoccupavano quanto lo zucchero, infatti ne abusava. Fumava anche molto, ma ebbe a dire “I Macrobiotici non credono nel cancro. Che ti sembri una scusa o meno, sappi che i macrobiotici non pensano che il fumo faccia male” ma poi prudentemente aggiungeva “Se moriamo, ci siamo sbagliati” (qui). Del resto, il suo miglior album, Plastic Ono Band, era ispirato alla sua esperienza con la terapia dell’ Urlo Primordiale di Janov, una ciarlataneria pseudoscientifica, equivalente psicoanalitico delle varie terapie alternative tradizionalmente care a populisti e complottisti. Per dare un’idea completa della psicologia del nostro, si sappia che Lennon affermava anche di essere stato rapito dagli extraterrestri. John Green, il lettore ufficiale di tarocchi della coppia Lennon-Ono, ci ha poi raccontato (qui) molto della fascinazione occultistica dei due. Non sarà un caso se Gianroberto Casaleggio, il guru del Movimento 5 Stelle che ne condivideva lo gnosticismo di stampo New Age e alcuni tratti somatici, enfatizzasse tale somiglianza utilizzando capelli lunghi e occhiali tondi.

Casaleggio-lennon

Casaleggio e Lennon

Tutto, insomma, lascia immaginare che, fosse vivo, oggi John Lennon sarebbe il megafono della becera onda di populismo e demagogia che sta investendo le democrazie occidentali, con buona pace di chi ne ha fatto una icona ganhiana e progressista. Chi, scoprendo che chi lo conobbe nell’ultima fase della sua vita lo descrive come un fan delle politiche reaganiane , parla di un suo spostamento a destra partendo dal precedente radicalismo di sinistra non capisce che già quello, superficiale e post-moderno, era espressione del medesimo qualunquismo.

4. A mo’ di conclusione

Quando la notizie irruppe nelle nostre vite, anche io ero un ragazzo irrequieto pronto a vendersi cara la propria adolescenza. Un giovane Holden febbricitante. Da quel letto scesi con un nuovo santino a far da segnalibro al mio catechismo socialista e libertario. John divenne il prototipo del rock hero, acidulo, sfrontato, sperimentale e pronto a dar scandalo. Paul, sospeso fra l’immemso ed il melenso, mi pareva al confronto borghese e piacione. Solo col tempo capii che, nonostante le apparenze, era il buon Macca, frequentatore dei giri underground e appassionato di Luciano Berio e Stockhausen, la vera forza «d’avanguardia» dei Fab Four. A lui si devono non poche tra le trovate più sperimentali, dai pezzi di legno inseriti fra le corde del pianoforte ai nastri in loop della lennoniana Tomorrow Never Know. Talvolta i complottisti hanno ragione. Non sempre le cose sono quelle che sembrano. Tutto ciò mi pare la metafora di qualcosa. Ancora non so bene di cosa; quel che però è certo è che Lennon si configura come la forza dionisiaca dell’adolescenza, confuso grumo desiderante di utopie e acidità, mentre McCartney è maturo equilibrio apollineo. Lennon fu nume tutelare della mia adolescenza. Bisogna sempre uccidere il proprio padre. Io l’ho fatto. Come Chapman ho indugiato prima di premere il grilletto. Passare dall’incanto al disincanto è annuncio del sopraggiunto illuminismo individuale. Questo significa lasciarsi dietro il bisogno di falsi miti ma anche il populismo, l’ irrazionalismo, la paranoia, la palingenesi semplicistica e lo scetticismo radicale. La conclusione, se mai ce ne è una, è che nel pop come in politica, chi a vent’anni non sia stato lennoniano e a cinquanta non sia maccartiano non ha capito niente.

Luigi Chapman Ono Corvaglia

Note
[1] http://it.wikipedia.org/wiki/Leggenda_della_morte_di_Paul_McCartney
[2] Molti altri “indizi” si possono trovare qui: http://www.massimopolidoro.com/ita/indagini/paul-e-morto-lo-strano-caso-del-doppio-beatle/galleria-fotografica.html
[3] Menger, C., Il metodo della scienza economica, UTET, Torino, 1937, pag. 112

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